FOOTLOOSE | Il ritmo degli anni Ottanta alla conquista di Milano | Recensione

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Dopo il travolgente Newsies dello scorso anno, erano in molti ad attendere la nuova produzione musicarella che avrebbe occupato il palco del Teatro Nazionale di Milano. Il teatro di piazza Piemonte, infatti, negli ultimi anni si è contraddistinto per spettacoli dalla qualità altalenante, complice anche la crisi economica che spesso ha reso impraticabile la filosofia con cui la Stage Entertainment aveva debuttato sul suolo italico e basata sull’ambizioso obiettivo di portare Broadway sui Navigli. Fortunatamente quest’anno la Stage ha deciso di riaprire i cordoni della borsa, investendo un paio di milioni di euro in Footloose, musical basato sull’omonimo film che nel 1984 lanciò un giovane Kevin Bacon e il tormentone griffato Kenny Loggins.

La storia vede come protagonista il giovane Ren McCormack (Riccardo Sinisi), costretto a trasferirsi con la madre dalla tentacolare Chicago alla deprimente Beaumont, un piccolo paese di provincia che ha bandito la musica rock, il ballo e tutto ciò che può corrompere la moralità della cittadina dopo che pochi anni prima quattro ragazzi sono morti mentre tornavano da un concerto fuori città. Dopo le iniziali incomprensioni Ren riuscirà a far breccia nel cuore della gioventù locale e in particolare in quello di Ariel (Beatrice Baldaccini). Il vero scoglio per dar libero sfogo alle danze è il reverendo Shaw (Antonello Angiolillo): riusciranno i nostri a convincerlo che il ballo non è l’anticamera della dannazione?

Al di là della trama, che i fan e la maggior parte degli over trenta conosce a memoria, quello che colpisce di più nell’italica trasposizione, in scena fino al 31 dicembre, è l’energia che il giovane cast sa infondere in ogni scena di ballo, canto e recitazione: è una macchina perfetta capace di regalare al pubblico in sala un caleidoscopio di emozioni. Ma Footloose non si distingue dalle altre produzioni tricolori solo per la bravura del cast, ma anche per l’investimento fatto su un team tecnico internazionale che ha dato i suoi frutti.

Grazie al sapiente uso di pareti mobili, ad esempio, il palco si trasforma di continuo, da un luogo di preghiera con tanto di enorme croce di legno sullo sfondo a uno di svago con sgabelli vintage annessi. Belli anche i coloratissimi costumi, tra cui i mitologici stivaletti rossi di Ariel Moore.

Last but not least la musica suonata dal vivo dall’orchestra diretta da Andrea Calandirini, senza la quale un musical non potrebbe definirsi tale. E se i soliti puristi potrebbero storcere il naso alla sola idea che un musical di Broadway sia stato interamente tradotto nell’italico idioma, si può dire che stavolta l’adattamento a cura del solito Franco Travaglio ha avuto l’indubbio pregio di non osare l’inosabile ossia tradurre due brani cult come Footloose e Let’s hear it for the boys. E alla fine il pubblico sentitamente ringrazia (e applaude).

Christian Auricchio

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Milanese d'adozione, è alla perenne ricerca del segreto della bilocazione per poter seguire tutto ciò che gli interessa: purtroppo al momento i detentori di tale potere non sono ben disposti nei suoi confronti e quindi gli tocca arrangiarsi riducendo le ore di sonno. E aumentando le dosi di serie TV.

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