The Getaway | Ultima fatica dei Red Hot Chili Peppers | Recensione

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Tin…tin…tin…
Stanza di un ospedale, elettrocardiografo acceso e tin… la frequenza cardiaca. Il paziente? The Getaway, l’undicesimo album dei Red Hot Chili Peppers.

Sono passati ormai cinque anni dal discusso I’m With You e la voglia di riscatto da parte della band la si percepisce nel cambio di rotta adottato: addio allo storico produttore Rick Rubin e benvenuto Danger Mouse, con al missaggio Nigel Godrich. Nuovo approccio anche per la stesura dei pezzi, che non nascono più dalle jam dei componenti del gruppo, ma i membri sono stati incoraggiati a lavorare singolarmente sulle loro parti.

Tin…

Parte la prima traccia dell’album, la title-track, e l’inizio non è esattamente dei migliori. Un pezzo lineare, piatto, con oltre un minuto dello stesso giro proposto sin dall’inizio. Chad Smith, ridotto ad una drum machine, lo immagini a gambe accavallate, con lo stuzzicadenti in bocca intento a digerire. Punti allora tutto su uno dei più grandi bassisti del mondo, Flea, e speri che faccia decollare la canzone, ma no. Un basso svogliato e privo di divertimento. La frequenza cardiaca indicata sul display rimane una linea continua e il brano, poi si stoppa all’improvviso, ma senza dare l’esito di una certa I Want You (She’s So Heavy).
Speriamo nella seconda, il singolo: Dark Necessities.

Inizia bene, senti odore di novità, un piano che un po’ fa storcere il naso, ma cosa importa se subito c’è lo slap del basso. Aspetta però, di nuovo clap hands come nel primo pezzo? Che sia una costante nel disco? Si spera di no.
Anche la seconda canzone promette un crescendo che non c’è, e addirittura presenta un bridge di piano che sembra giustapposto come a riempire un buco. Ancora una volta batteria quasi inesistente mentre interessante la chitarra sul finale, che non regala grandi assoli, ma c’è e si sente. In pratica l’odore di novità era la chitarra di Josh Klinghoffer, che tuttavia non riesce a diventare protagonista e trascinare il resto. Un piccolo battito c’è, sul finale.
Tin…

We Turn Red da subito sembra una più “convenzionale” canzone dei Red Hot. Chad Smith si è svegliato e prende a braccetto la chitarra di Klinghoffer, mentre la voce effettata di Anthony Kiedis funziona meglio qui, senza voler strafare. Questa volta è il basso che scompare totalmente però.

Inizio ad avere seriamente paura per la sopravvivenza del paziente con The Longest Wave, lenta e melensa con il suo ritornello alla Oasis, che poco si sposa al funky dell’asterisco.
Bisogna intervenire con un defibrillatore. LIBERA!
Goodbye Angels.

Finalmente il cuore inizia a battere, la pressione si alza e il paziente apre gli occhi. Un’intro di chitarra e voce che lasciano da subito intuire che accadrà qualcosa, si aggiunge il basso, la batteria . C’è un’evoluzione, i valori diventano nella norma. Sul finale la scarica elettrica si fa sentire e rende il pezzo il migliore dell’intero lotto.
Tintintintintin…
Ti immagini già al concerto ad urlare “Ayo ayo ayo ayo”, quando parte Sick Love, il brano in collaborazione con Elton John. Rischiava essere una ballad sdolcinata, troppo per i Red Hot Chili Peppers. Non è così, ma scorre veloce, indolore. La sensazione è quella di un bicchiere di acqua tiepida in spiaggia, sotto il sole.
Go Robot la segue un po’ alla Daft Punk (live probabilmente renderà di più) con un bel basso e dopo Feasting The Flowers, che nella parte finale, con quel piano, ricorda forse troppo Even you Brutus? di I’m With You.
Tin…

Ecco il duo rock del disco. Si risvegliano nuovamente gli animi. Detroit e This Ticonderoga partono aggressive tra riff di chitarra, batteria e voci distorte. Il tentativo di essere più duri è ben riuscito, con accenni spagnoleggianti nella seconda, e le fa salire sul podio di diritto al terzo e secondo posto. Kiedis per la prima volta canta non come se stesse girando il caffè. Ma si è capito che il freno è sempre pronto per essere tirato.
Ancora una volta tin…

Encore parte con un bell’attacco di chitarra che ricorda le jam degli encore live, appunto. Poi però delude insieme agli ormai onnipresenti clap hands.

Tin…

La situazione non migliora con la beatlesiana The Hunter e Dreams of a Samurai, un insieme troppo lungo di piani, voci femminili, distorsioni, cori e sì, una bella batteria. Probabilmente quest’ultima sarebbe stata più efficace se fosse durata circa la metà, dall’alto dei suoi sei minuti.

E’ un disco diverso, lontano dagli anni d’oro della band californiana, che tenta di risollevarsi dal flop di I’m With You. Lo fa con idee nuove (alcune buone altre meno), nuovi approcci alla produzione dei brani, autocitazioni e gli ormai sempre meno cari clap hands.

Il paziente non è morto, certo, ma bastano tre belle canzoni a salvare un disco che ne contiene svariate passabili e una, la title-track, davvero brutta?
Tin…

The Getaway
7 10
The Getaway | Ultima fatica dei Red Hot Chili Peppers | Recensione Con The Getaway i Red Hot Chili Peppers hanno tentato di riscattarsi dopo i risultati non proprio ottimali ottenuti dal disco precedente. Il miglioramento c'è, le novità pure e per questo diamo più della sufficienza, ma il collage dei pezzi non convince del tutto.
Originalità 6
Composizione 6
Suono 7
Artwork 8

2 Comments Join the Conversation →


  • nopeetwo

    Come si fa a dare 7 di media ad un album squallido come “The Getaway”, che grasso che cola dovrebbe avere 3 se non 2 di voto complessivo, e’ un mistero grande quanto l’uomo.

    • Francesca Lifranchi

      Il voto finale è una media fra tutti i criteri utilizzati e l’artwork l’ha alzata notevolmente. Nella recensione ho affrontato sia gli aspetti negativi che quelli positivi, quindi il voto rimane fine a se stesso. Diciamo che è un po’ come quando a scuola ti alzavi la media con educazione fisica e storia dell’arte.